Test delle urine per i pazienti con tumore alla vescica: come esame di controllo al posto della cistoscopia


14 Mag 2024

di Vera Martinella

DA: CORRIERE.IT

È la strategia sperimentata da uno studio danese su oltre 300 malati con una neoplasia ad alto rischio di ricaduta. L’esperto: «Ipotesi interessante, ma servono verifiche. Intercettare una recidiva tempestivamente è decisivo»

Un semplice test delle urine potrebbe dimezzare il numero di cistoscopie necessarie come esame di follow up nei pazienti con un tumore della vescica ad alto rischio di recidiva. E’ la conclusione a cui è giunta una ricerca danese presentata a Parigi durante l’ultimo congresso della European Association of Urology (Eau) dopo aver condotto la sperimentazione su oltre 300 partecipanti seguiti per circa due anni.

Attenzione a sangue nelle urine e cistiti ricorrenti

Con 29.200 nuovi casi diagnosticati ogni anno in Italia, (23.300 tra gli uomini e 5.900 tra le donne), il tumore della vescica è il quarto tipo di cancro più frequente nel nostro Paese dopo i 50 anni. L’identikit medio dei pazienti include persone d’età compresa tra 50 e 70 anni, spesso fumatrici, perché il tabacco è il principale fattore di rischio. Il sintomo caratteristico è la presenza di sangue nelle urine (ematuria, campanello d’allarme che non va mai trascurato, anche generalmente segnala un’infezione), ma non vanno trascurati neppure stimolo frequente e urgenza di urinare, bruciore, dolore pelvico e dolore alla schiena. E le cistiti ricorrenti, sovente sottovalutate dai pazienti e dagli stessi medici. «Il carcinoma uroteliale comprende due forme – spiega Sergio Bracarda, presidente della Società Italiana di Uro-Oncologia (SIUrO) -: quella “superficiale” o non muscolo-invasiva e quella “infiltrante” che invece interessa la parete muscolare della vescica. Due terzi dei casi si manifestano in forma superficiale, quando il cancro non ha ancora invaso la parete muscolare. Un terzo è invece costituito da forme “infiltranti” che negli stadi avanzati possono dare metastasi ai linfonodi regionali e agli organi vicini».

Terapie e cistoscopia di controllo

Le terapie per le forme vescicali superficiali prevedono, quando possibile, l’intervento chirurgico endoscopico (TUR-BT, resezione endoscopica trans-uretrale di tumore vescicale). In base poi allo stadio e al tipo di tumore, possono essere prescritti, in aggiunta, diversi tipi di farmaci (chemioterapia, immunoterapia o altri medicinali sperimentali).  I pazienti con forme più aggressive di carcinoma vescicale sono più a rischio di avere una recidiva: hanno il 60-70% in più di probabilità che la neoplasia si ripresenti entro i primi cinque anni dopo la chirurgia. Per questo vengono sottoposti ad accurati controlli periodici (ogni tre o quattro mesi circa) effettuati con una cistoscopia, in genere associata a citologia urinaria. L’esame è eseguito in anestesia locale e consiste nell’introduzione (attraverso l’uretra) di uno strumento ottico (un tubo flessibile) per osservare la superficie interna della vescica ed eseguire biopsie, qualora siano necessarie.

La sperimentazione

«Sebbene la cistoscopia sia una procedura sicura ed efficace, può essere dolorosa e fastidiosa e possono verificarsi piccoli sanguinamenti o infezioni urinarie – dice l’autore del nuovo studio Thomas Dreyer, ricercatore e urologo al Aarhus University Hospital in Danimarca -. Per questo abbiamo deciso di testare un esame meno invasivo, che valuta la presenza di alcuni biomarcatori (spia della presenza del tumore) nelle urine». Per la loro sperimentazione gli specialisti hanno arruolato 313 pazienti con una neoplasia ad alto rischio: una metà ha ricevuto i controlli standard (che in Danimarca prevedono tre cistoscopie annuali), l’altra metà è stata sottoposta a una sola cistoscopia annuale e negli altri due appuntamenti a un test delle urine che misura cinque mRNA target specifici. «Il test si è dimostrato efficace nel rilevare le recidive, anche prima che fossero visibili alla cistoscopia e i falsi positivi (cioè le erronee diagnosi di recidiva) sono stati pochi» commenta Dreyer.

«Poter sottoporre i pazienti a esami meno invasivi è certamente una prospettiva interessante, ma servono ulteriori studi (più accurati e su numeri molto più ampi) per poter essere certi che una strategia nuova funzioni – conclude Bracarda, direttore dell’Oncologia Medica Traslazionale e del Dipartimento di Oncologia dell’Azienda Ospedaliera Santa Maria di Terni -. In passato sono stati fatti molti tentativi con altri test che, alla fine, hanno fallito. non confermando vantaggi rispetto alla citologia urinaria (ricerca di cellule tumorali nelle urine). Intercettare una recidiva e intervenire tempestivamente quando indicato è fondamentale per un controllo adeguato di questa patologia ad alto rischio di recidiva»..