Tumore alla prostata: a chi serve davvero il test del Psa


10 Apr 2024
di  Vera Martinella

Una nuova ricerca tedesca su oltre 12.500 uomini tra i 45 e i 50 anni d’età evidenzia che l’esame del Psa è utile solo in chi presenta fattori di rischio per il tumore alla prostrata

«Proporre il test del Psa a tappeto a tutti gli uomini sani, che non presentano rischi particolari per l’insorgenza di un tumore alla prostata, rimane un’opzione non giustificata e presenta più ombre che luci». Così Giuseppe Procopiodirettore del Programma Prostata e dell’Oncologia Medica Genitourinaria Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, commenta gli esiti di un nuovo ampio studio, su oltre 12mila 45-50enni, appena presentati a Parigi durante il congresso annuale della Società Europea di Urologia (Eau, European Association of Urology).

In Italia si ammala un maschio su otto

Un uomo su otto in Italia farà i conti con una diagnosi di tumore alla prostata, che con circa 41.100 nuovi casi registrati nel 2023 in Italia è il tipo di cancro più frequente fra i maschi e i cui casi nel nostro Paese sono ai aumento da anni. Da un lato perché cresce il numero di anziani e questa neoplasia (come tutte, del resto) nella grande maggioranza dei casi interessa uomini over 65enni. Dall’altro perché sono sempre più diffusi quegli stili di vita scorretti, a partire da sovrappeso e cattiva alimentazione, che fanno salire il pericolo di ammalarsi, anche prima dei 50 anni. Infine bisogna considerare che, sottoponendosi a controlli regolari soprattutto con il test del Psa, un numero maggiore di uomini scopre la presenza di un tumore poco aggressivo, ai primi stadi, prima che provochi sintomi.
«Quello alla prostata – ricorda Procopio – è un tumore “buono”, che evolve lentamente e spesso non è aggressivo, tanto che in molti casi può essere tenuto soltanto sotto controllo per molti anni».

Il test del Psa

L’esame del Psa si effettua tramite un normale prelievo di sangue e misura l’antigene prostatico specifico. È un utile strumento di diagnosi precoce del tumore alla prostata: può favorire la scoperta della malattia in stadio iniziale, quando è più facile da curare e si può guarire definitivamente. Oggi è però anche certo che può portare a molti casi di diagnosi e trattamenti in eccesso perché vengono anche individuati i tumori cosiddetti «indolenti», che clinicamente non sono significativi (in pratica potrebbero non comportare mai alcuna conseguenza per la salute degli uomini), con il rischio di un conseguente sovra-trattamento (cioè l’adozione di terapie inappropriate che comportano costi inutili per il Sistema sanitario e, in termini di effetti collaterali, anche per i pazienti). Valori elevati nell’esito dell’esame provano la presenza di un disturbo della ghiandola prostatica: può essere un’infiammazione (prostatite), un aumento del volume (ipertrofia), un’infezione o un tumore.

La nuova ricerca

Lo studio tedesco PROBASE presentato nei giorni scorsi al convegno europeo ha arruolato oltre 12.500 maschi fra i 45 e i 50 anni d’età e li ha suddivisi in tre gruppi: quelli con Psa iniziale inferiore a 1,5 (considerati a basso rischio di tumore) ripetevano  l’esame dopo 5 anni, quelli con Psa tra 1,5 e 3 (rischio intermedio) rifacevano il test dopo 2 anni e, infine, quelli con Psa superiore a 3 (rischio alto) venivano inviati a ulteriori accertamenti (biopsia e risonanza magnetica).  «I risultati hanno evidenziato che è stato diagnosticato un tumore soltanto nello 0,13% della popolazione sana con fattori di rischio bassi richiamata a fare il Psa dopo 5 anni – dice Procopio -. Ovvero un numero bassissimo di persone: un dato che ribadisce come il solo valore Psa non sia da considerare uno strumento diagnostico conclusivo».
In Europa soltanto la Lituania  prevede controlli di screening basati sul Psa, mentre la European Association of Urology suggerisce l’esecuzione del test basata sul profilo di rischio della singola persona.

A chi è consigliato il test

Grazie a diagnosi precoci e terapie sempre più efficaci, oggi oltre il 90% dei pazienti con cancro alla prostata riesce a guarire o a convivere anche per decenni con la malattia (molte nuove cure sono arrivate anche in caso di metastasi). Un traguardo importante, soprattutto se si pensa che è una forma di cancro tipica dell’età avanzata.
Il test del Psa può favorire la scoperta della malattia in stadio iniziale, quando è più facile da curare e si può guarire definitivamente. Oggi è però anche certo che può portare a molti casi di diagnosi e trattamenti in eccesso perché vengono anche individuati i tumori cosiddetti «indolenti», che clinicamente non sono significativi (in pratica potrebbero non comportare mai alcuna conseguenza per la salute degli uomini), con il rischio di un conseguente sovra-trattamento (cioè l’adozione di terapie inappropriate che comportano costi inutili per il Sistema sanitario e, in termini di effetti collaterali, anche per i pazienti).

«Dopo anni di discussioni e la raccolta di una vastissima mole di dati, la comunità scientifica ha trovato un accordo sul test del Psa come strumento di prevenzione per la diagnosi precoce del tumore alla prostata – conclude l’esperto -: l’esame è utile e va consigliato a chi rischia di più, agli uomini che hanno sintomi prostatici, ovvero problemi urinari, a partire dai 50 anni e quelli che hanno familiarità dovrebbero iniziare tra i 40 e i 45 anni. Sulla base delle caratteristiche del singolo, poi, si decide la cadenza con cui procedere e gli eventuali altri esami necessari. Spiegando però bene quali sono i vantaggi e i limiti della metodica e cosa potrebbe essere necessario effettuare qualora questo esame risultasse non nei limiti di normalità».