di Giario Conti
Si tratta di una strategia ormai consolidata in Italia e all’estero. Viene proposta alla persona con una neoplasia di piccole dimensioni e minima aggressività esami e controlli periodici. Questo vale per tutta la vita o fino a quando la malattia non modifica le sue caratteristiche iniziali
A mio fratello, 62 anni, è stato diagnosticato un carcinoma della prostata. I medici gli hanno detto che è di piccole dimensioni e non aggressivo, per cui potrebbe soltanto tenerlo sotto controllo, entrando in un protocollo di «sorveglianza attiva». Quanto è sicuro questo percorso? L’assenza di terapie non gli procurerà troppa ansia?
Risponde Giario Conti, segretario generale Società Italiana di Uroncologia (VAI AL FORUM)
Quello alla prostata è il tumore più frequente nel sesso maschile e i nuovi casi registrati nel 2023 in Italia sono stati circa 40.500, il 40% dei quali potrebbe essere candidabile a sorveglianza attiva. Con questa strategia si propongono alla persona con una neoplasia di piccole dimensioni e minima aggressività esami e controlli periodici. Questo vale per tutta la vita o fino a quando la malattia non modifica le sue caratteristiche iniziali. Il che permette di evitare o dilazionare, a quando ce ne sarà eventualmente bisogno, l’inizio dei trattamenti e la comparsa dei relativi effetti collaterali (primi fra tutti incontinenza, disfunzione erettile e infiammazioni vescicali o rettali legati alla chirurgia e alla radioterapia).
Rischio basso di progressione
La sorveglianza attiva è ormai uno standard in Italia e all’estero. È in uso dal 2008 e, dopo essere stata valutata all’interno di ospedali con grande esperienza in studi multicentrici internazionali, è stata inserita nelle linee guida di tutto il mondo per i pazienti con un carcinoma prostatico a rischio basso o molto basso di progressione, che hanno cioè un tumore di piccole dimensioni e non aggressivo, tanto da poter essere definito «indolente». Gli studi più recenti hanno dimostrato che, negli uomini con questo tipo di malattia, la sopravvivenza legata al tumore a 15 anni dalla diagnosi è molto alta, superiore al 95%, indipendentemente dal fatto che vengano operati, sottoposti a radioterapia o inseriti in un programma strutturato di sorveglianza attiva.
Pazienti «sorvegliati speciali»
I controlli di follow-up previsti sono rigorosi, basati sull’andamento nel tempo del Psa, sulla valutazione clinica, sulle biopsie di riclassificazione, da qualche anno integrate con la risonanza magnetica multiparametrica della prostata. Per alcuni pazienti è difficile accettare l’idea che non si intervenga subito per rimuovere il tumore e di diventare invece un «sorvegliato speciale», ma è ormai una strategia consolidata e, se esiste una buona comunicazione fra medico e paziente, la sorveglianza attiva è in grado di conservare al meglio la qualità della vita, come dimostra il dato della bassissima percentuale (circa il 4%) di pazienti che chiedono di uscire dal programma per ansia e stress.