di Vera Martinella
DA: CORRIERE.IT
«Un uomo su otto in Italia farà i conti con una diagnosi di tumore alla prostata che, con oltre 41mila nuovi casi diagnosticati in Italia nel 2023, è il tipo di cancro più frequente nel sesso maschile dopo i 50 anni – dice Sergio Bracarda, presidente della Società Italiana di Urologia Oncologica (SIUrO) –. Grazie a diagnosi precoce e terapie sempre più efficaci, oggi oltre il 90% dei pazienti riesce a guarire o a convivere anche per decenni con la malattia. Molte nuove opzioni sono disponibili oggi anche per quei pazienti, circa 7mila in più ogni anno nel nostro Paese, che hanno una neoplasia metastatica».
Metastasi fin dall’inizio o che arrivano con il tempo
«Sono 564.000 gli italiani che vivono dopo aver ricevuto una diagnosi di tumore alla prostata – prosegue Orazio Caffo, direttore dell’Oncologia all’Ospedale Santa Chiara di Trento -. Abbiamo fatto tanti progressi perché abbiamo a disposizione molte terapie efficaci: chirurgia, radioterapia, brachiterapia, ormonoterapia e moltissimi farmaci vecchi (ma ancora validi) e nuovi. Anche in caso di neoplasia metastatica le opzioni di cura sono molteplici: la scelta della terapia dipende dalle caratteristiche del paziente e della malattia. Innanzitutto bisogna distinguere fra chi è metastatico fin dalla diagnosi, che ha quindi una neoplasia più aggressiva, e quei malati che invece arrivano alle fasi più avanzate col passare del tempo, dopo aver già ricevuto diverse linee di terapia».
Lo studio ARANOTE
Lo studio registrativo (di fase 3, l’ultima prima dell’approvazione definitiva e l’entrata in commercio di un medicinale) ARANOTE riguarda il primo gruppo, ovvero i malati con un carcinoma metastatico all’esordio, che hanno in genere un’età media più bassa. Sono stati arruolati 669 pazienti con tumore della prostata metastatico ormonosensibile che hanno ricevuto la terapia di deprivazione androgenica (o ormonoterapia) standard più un placebo oppure più il nuovo farmaco darolutamide (un inibitore orale del recettore degli androgeni ). «I risultati mostrano che l’aggiunta di darolutamide riduce significativamente il rischio di progressione radiologica o di morte del 46% – spiega Caffo -. Non meno importante è anche il fatto che la cura sia molto ben tollerata, con effetti collaterali assai contenuti». «I benefici di darolutamide, in associazione a terapia ormonale e a chemioterapia, erano già stati evidenziati nei pazienti con tumore della prostata metastatico ormonosensibile nello studio di fase tre ARASENS – precisa Bracarda, direttore della Struttura Complessa di Oncologia Medica e Traslazionale e del Dipartimento di Oncologia presso l’Azienda Ospedaliera Santa Maria di Terni -. I risultati positivi dello studio ARANOTE aggiungono ora un’altra opzione terapeutica (doppietta) al dato di ARASENS (tripletta) e mostrano l’efficacia di questo medicinale innovativo associato alla sola terapia di deprivazione androgenica. Grazie ai risultati positivi di ARANOTE e ARASENS, darolutamide ha dimostrato una forte efficacia e sicurezza, con o senza chemioterapia, in questi pazienti. Ci auguriamo che l’approvazione regolatoria nell’indicazione con “doppietta” sia rapida, in questo modo i clinici avranno una maggiore flessibilità per adattare il trattamento alle esigenze e caratteristiche di ogni paziente».
Radiofarmaci o radioligandi
A Esmo sono stati esposti nella sessione presidenziale anche i dati di altri due studi di fase tre (PEACE-3 e SPLASH) che riguardano nuovi farmaci per i pazienti con un carcinoma prostatico metastatico che hanno già ricevuto altre cure e sono diventati resistenti alla terapia ormonale. «Entrambe le sperimentazioni hanno arruolato oltre 400 partecipanti resistenti alla castrazione e hanno indagato il ruolo di una nuova categoria di farmaci, i cosiddetti radiofarmaci o radioligandi – spiega Caffo -. Sono trattamenti antitumorali di precisione che combinano un “vettore o trasportatore” (ligando) con un radioisotopo terapeutico (una particella radioattiva). In pratica il ligando è in grado di legarsi specificamente e con elevata affinità soltanto alle cellule neoplastiche, portando con sé la particella radioattiva capace di emettere radiazioni terapeutiche. Il primo studio (PEACE-3) ha utilizzato il farmaco Ra-223 (già utilizzabile da solo) in combinazione con un altro inibitore orale degli androgeni, enzalutamide, mentre il secondo (SPLASH) ha utilizzato Lu-PNT2002, confermando l’utilità di questa categoria di molecole nel rallentare la neoplasia».
La sfida futura per gli esperti è stabilire la giusta sequenza in cui utilizzare i tanti medicinali ora disponibili. Una sequenza che dovrebbe variare di paziente in paziente, tenendo conto delle caratteristiche del singolo (età, tipo di cancro in questione, presenza di altre patologie e assunzione di altri medicinali,. «Insomma, per decidere al meglio bisogna valutare numerosi parametri e per questo è fondamentale farsi curare da un team multidisciplinare, nel quale diversi esperti (oncologo, radioterapista, urologo, ecc) lavorano in stretta collaborazione fra loro – conclude Bracarda -. Se i diversi esperti si confrontano è più facile raggiungere la soluzione più indicata al singolo caso. Un discorso che vale per tutti gli uomini che devono affrontare un tumore alla prostata, in qualsiasi stadio».