Calcoli renali, tra le cause potrebbero esserci le infezioni


27 Gen 2026
27, gennaio 2026 – I calcoli renali potrebbero avere un’origine più articolata di quella creduta finora e non essere semplicemente il risultato di un deposito anomalo di minerali, ma il frutto dell’azione di batteri. È l’ipotesi che arriva da uno studio coordinato dalla University of California Los Angeles, pubblicato sulla rivista dell’Accademia delle Scienze degli Stati Uniti (Pnas).
I calcoli renali rappresentano un disturbo molto comune: si stima che 1 persona su 11 ne soffra almeno una volta nel corso della propria vita. Si tratta di agglomerati di cristalli minerali che si formano nei reni e possono dare origine a diversi disturbi e a dolore. Finora, si è ritenuto che solo una quota minoritaria dei calcoli (i cosiddetti calcoli di struvite, che rappresentano tra il 2% e il 6% del totale) fossero originati dall’attività di batteri. Quelli più comuni, invece, costituiti da ossalato di calcio, rappresentano circa il 70% dei calcoli e “sono convenzionalmente considerati non infettivi, cioè non associati a batteri”, dicono i ricercatori. Il loro studio, ora, smentisce questa ipotesi. Esaminando i calcoli con sofisticate tecniche di microscopia, la ricerca ha infatti scoperto che, all’interno della struttura minerale, erano intercalati strati di batteri (biofilm), che costituivano una parte integrante dell’architettura dei calcoli.”Questa scoperta sfida l’ipotesi di lunga data che questi calcoli si sviluppino esclusivamente attraverso processi chimici e fisici e mostra invece che i batteri possono risiedere al loro interno e contribuire attivamente alla loro formazione”, ha detto la coordinatrice dello studio Kymora Scotland. I ricercatori hanno anche elaborato un modello che prova a spiegare come, dalla presenza di batteri in un ambiente ricco di urina, si arrivi allo sviluppo di calcoli. “Questi risultati possono aiutare a spiegare le connessioni tra le infezioni frequenti del tratto urinario e la formazione ricorrente di calcoli renali”, ha aggiunto Scotland. Inoltre, lo studio “apre la porta a nuove strategie terapeutiche che prendono di mira l’ambiente microbico dei calcoli renali”, ha concluso.
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